La Biblioteca del Palazzo

 

 

 

 

Massimo Marocchi

Principi, santi, assassini

Intrighi gonzagheschi tra Cinque e Seicento

Introduzione di Giulio Busi

Castiglione delle Stiviere 2015, pagg. 333, ill., € 25,00

“La biblioteca del Palazzo, 4”

 

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 Prendete due generazioni gonzaghesche: Ferrante, marchese di Castiglione dal 1559 al 1586, e i suoi cinque figli maschi, Luigi, Rodolfo, Francesco, Cristierno e Diego. Santo il primo, uccisi ad archibugiate o coltellate il secondo e il quinto, scampato a una ventina di tentativi di omicidio il terzo, insidiato da congiure pure il quarto (morirà di peste ma è un dettaglio). Sono loro la materia su cui Marocchi esercita l’arte sua, che è poi quella antica e ormai quasi in disuso (troppo difficile a farsi, troppo paziente) di scendere di documento in documento sino al cuore di biografie, passioni, conflitti. Riuscite a immaginare destini e vocazioni più diverse di quelle di Luigi e di Rodolfo? Contrizione, rinuncia, spiritualità d’un lato, orgoglio, inganno, violenza dall’altro. Luigi destinato alla venerazione sugli altari, freddato all’ingesso in chiesa Rodolfo, dopo una vita breve e rabbiosamente litigiosa. Assassinato e mandante di assassini, scomunicato da santa madre Chiesa, odiato da molti, inviso quasi a tutti, a cominciare dai suoi sudditi e per finire ai soliti malfidi parenti mantovani, i Gonzaga di città, nemici naturali e predatori dei Gonzaghini di campagna. Eppure, se si considerano i ritratti dei due fratelli adolescenti, vestiti e acconciati allo stesso modo, si fatica a distinguerli l’uno dall’altro. Non solo pizzi, gorgiere e tinte della veste sono identiche ma quasi eguali paiono anche fattezze, piglio e malinconica capacità di penetrare l’animo altrui. Si vorrebbe vederla saltar fuori, questa diversità d’animo e di destino tra il santo che non volle essere principe e il principe vissuto, e morto, sotto una stella violenta. Per quanto s’aguzzi lo sguardo, si scorgono solo due giovinetti cresciuti assieme, abituati a scherzare fra di loro, inconsapevoli, ancora, del solco profondo che li avrebbe separati di lì a poco.

(dall’Introduzione di Giulio Busi)

 

 

 

 

 

 

Emilio Isgrò. L’oro della Mirandola

Cancellature per Giovanni Pico

Museo di palazzo Bondoni Pastorio, 6 settembre - 9 novembre 2014

Mostra a cura di Marco Bazzini e Silvana Greco

Catalogo a cura di Giulio Busi e Silvana Greco.

Castiglione delle Stiviere 2014, pagg. 120, 34 ill., € 19,00

“La biblioteca del Palazzo, 3”

 

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Che Pico e Isgrò s’incontrino ora, proprio nelle sale antiche del nostro Palazzo, non è forse un caso.

Qui fu già Caterina, la sorella di Giovanni, quando venne in sposa, in seconde nozze, a Rodolfo, capostipite dei Gonzaga di Castiglione delle Stiviere.

E qui, nella dimora che per quasi sei secoli è passata in eredità all’interno della stessa famiglia, ancora si percepisce il senso profondo della storia.

Centinaia d’anni sono trascorsi tra queste mura, talvolta gioiosi talaltra tragici. Aldo iuniore, il nipote del grande Aldo Manuzio, vi venne per ascoltare le lezioni di Giovan Battista Pastorio, umanista e letterato.

Qui giunsero cardinali e artisti. Nel grande Salone Aureo si faceva teatro già a metà Seicento. Qui, in una stanza prospiciente il sagrato del Duomo, fu ospite Henry Dunant, che proprio a Castiglione, nei giorni immediatamente successivi alla battaglia di Solferino, concepì l’idea della Croce Rossa.

Qui, Maria Simonetta, l’ultima discendente, ha voluto lasciare la sua casa al pubblico e alla cultura, affinché diventasse museo, teatro, ente di ricerca.

Pico e Isgrò hanno accolto l’invito e, come ospiti d’onore che si sentono anche un po’ familiari, hanno sistemato i loro leggii di sala in sala. Ci chiamano a quel dibattito che, nella Roma del 1486-87, fu proibito.

Emilio ha squadernato le sue Conclusiones, ha preso nelle mani accorte il tizzone-cenere-sogno umanistico di Giovanni Pico, l’ha letto e l’ha ridetto.

A modo suo, che poi è un gran bel modo.

 

(dalla prefazione di Giulio Busi)

 

 

 

 

 

 

 

La Libia amara del generale Giuseppe Tellera

Lettere e testimonianze inedite

a cura di Maria Simonetta Bondoni Pastorio

con testi di Giulio Busi, Armando Rati, Angelo Del Boca, Francesco Donati, Mauro Sabiani, Gianna Tellera, Aldo Bertolani, Alfredo Chistoni.

Castiglione delle Stiviere 2012, pagg. 192, 34 ill., € 28,00

“La biblioteca del Palazzo, 2”

 

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Il volume rende per la prima volta disponibili le lettere che Giuseppe Tellera scrisse dalla Libia alla moglie Zete. Sebbene di carattere privato e familiare, le missive contengono numerose notizie storiche inedite, e riflettono l’atmosfera di quel periodo, dal punto di vista del tutto particolare di un militare con alte responsabilità di comando mandato per servizio sulla «quarta sponda». 

Le lettere coprono un arco temporale di circa due anni e mezzo, dal settembre 1937 al 4 febbraio del 1941, due giorni prima che Tellera fosse ferito a morte sul campo di battaglia. Dall’inizio sereno, con i messaggi in cui Beppe, come familiarmente spesso si firma, racconta della vita tripolina, si giunge alla morte di Balbo a Tobruch (di cui il generale fu testimone diretto), e fino alla missiva tragica scritta nella notte dell’ultimo dell’anno del 1940.

In questo, che può essere considerato il suo testamento spirituale, Tellera abbandona l’abituale riserbo sui fatti militari e informa la famiglia sulla drammatica situazione dell’esercito italiano, fornendo dati precisi e notizie sulla guerra. L’immagine che ne esce aggiunge un tassello prezioso per capire i tragici fatti d’Africa all’inizio della Seconda guerra mondiale.

Nel saggio d’apertura, Giulio Busi riscontra i temi della lettera di Tellera del 31 dicembre 1940 sui documenti degli archivi militari. Dal confronto, emerge l’onestà intellettuale di un uomo che vide con chiarezza, e in anticipo, la catastrofe verso cui si avviava l’esercito italiano in Libia, ma volle comunque, nonostante tutto, compiere fino in fondo il proprio dovere di soldato.

Di Angelo Del Boca, una delle maggiori voci critiche sull’avventura coloniale italiana, si ripubblica un importante saggio, in cui è stata data per la prima volta una nuova valutazione della figura di Tellera. Armando Rati traccia una precisa biografia del generale, ripercorrendo la carriera militare, gli atti di valore e i meriti di servizio che portarono Tellera ai vertici del comando delle forze armate.

Si pubblicano inoltre, per la prima volta, la relazione di Francesco Donati sui fatti d’arme di Agedabia 5-7 febbraio 1941, che fu alla base della motivazione per la medaglia d’oro al valor militare, e la lettera spedita a Zete Tellera da Mauro Sabiani, il tenente medico che raccolse sul campo il generale morente.

Il libro raccoglie inoltre testimonianze della figlia del generale, Gianna, e di alcuni compagni di gioventù. La nipote, Maria Simonetta Bondoni Pastorio, in una breve saga della famiglia Tellera, racconta infine l’ambiente che circondò Giuseppe Tellera, con alcuni divertenti episodi e aneddoti di famiglia.

 

 

 

 

 

 

Orientalista e Viaggiatore. Henry Dunant a Castiglione delle Stiviere

A cura di Maria Simonetta Bondoni Pastorio e Giulio Busi

Castiglione delle Stiviere 2010, pagg. 95, € 18

“La biblioteca del Palazzo, 4”

 

 

 

 

Il volume inaugura la collana “Biblioteca del Palazzo”, con la quale la Fondazione Palazzo Bondoni Pastorio intende contribuire alla valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale del territorio lombardo, nei suoi molteplici aspetti e negli scambi con gli ambienti italiani ed europei.

Nel primo capitolo del libro Giulio Busi cerca una risposta alla domanda: chi era veramente Henry Dunant, il viaggiatore che giunse alla porta di Palazzo Pastorio a Castiglione delle Stiviere all’alba del 25 giugno 1859? Ne esce la figura, finora assai poco studiata, di un giovane imprenditore di belle speranze, affascinato dalle culture orientali, in particolare nordafricane, che venne in Italia con l’intento di incontrare Napoleone III, in elogio del quale aveva scritto un nuovo libro che portava con sé, e intendeva donargli.

Maria Simonetta Bondoni Pastorio ricrea poi l’ambiente che accolse il ginevrino nel giugno 1859. Attraverso documenti e memorie familiari, l’autrice ripercorre le giornate castiglionesi dal 21 al 30 giugno 1859. La prospettiva è quella particolare di una casa privata, attraverso il punto di vista di chi sperimentò nel quotidiano l’angoscia di quegli eventi e ne ebbe trasformata l’intera esistenza. Oltre alla figura di Dunant, viene messa a fuoco la personalità dei vari personaggi che animarono la vita del palazzo: dal Capo di battaglione Alphonse Mennessier, che qui trascorse gli ultimi giorni della sua vita, prima di morire eroicamente a Cavriana; alle sorelle Luigia e Carolina Pastorio, che ricevettero da Napoleone III la medaglia d'argento per le amorevoli cure prestate ai soldati francesi, al loro cugino Antonio Piccolomini Pastorio, che condivideva la casa avita.

Nel libro vengono inoltre resi pubblici per la prima volta diversi documenti inediti. Di straordinario interesse due autografi di Dunant, di proprietà della famiglia Bondoni Pastorio: un frammento di diario scritto all’inizio del luglio 1859, in cui il ginevrino esprime una profonda sofferenza dopo l’esperienza castiglionese, e una lettera, nella quale Henry si presenta esplicitamente come appassionato di Oriente e viaggiatore instancabile.

A questi si aggiungono due appunti autografi, conservati presso la Bibliothèque de Genève, da cui si traggono informazioni finora sconosciute sul soggiorno di Dunant a Parma,

e l’importante notizia del suo arrivo a Castiglione il 25 giugno.

Un’ampia sezione del volume è poi dedicata alla corrispondenza finora inedita (conservata nell’Archivio della Fondazione) tra i Pastorio e i familiari degli ufficiali che furono ospitati al palazzo. Una sola lettera, seppure di grande interesse storico, ci è pervenuta della zia di Léon Chappas, Capitano della Guardia imperiale che fu curato dalle Pastorio, mentre numerose sono le missive dei Mennessier, genitori del Capo di battaglione caduto nei pressi della Cascina Malpetti, che si protraggono per vent'anni e che consentono, fra l'altro, di ricostruire nel dettaglio alcuni momenti del combattimento. La corrispondenza dimostra in maniera assai efficace come, nel secolo XIX, la memoria dell'evento venisse mantenuta viva nel tempo, senza che i colori sbiadissero e anzi con sempre rinnovata commozione.

 

 

 

 

Testi:

Maria Simonetta Bondoni Pastorio

Materiali per una storia degli Abati

di Castiglione delle Stiviere

 

Giulio Busi

Ebrei a Castiglione delle Stiviere

nonostante la Controriforma

 

Elenco delle opere esposte

 

Lapide in memoria di Fausto Pastorio

 

 

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