STAGIONE MUSICALE 2017

 

 

 

 

 

 

 

Il prossimo concerto:

 

 

 

 

 

 

Salone Aureo di Palazzo Bondoni Pastorio

€ 25 (prime file), € 15 (file intermedie) ridotti € 10

prevendite 0376-360476, 347 4628124

biglietteria@ocmantova.com

 

 

 

 

 

Salone Aureo di Palazzo Bondoni Pastorio

 

info@fondazione-bondonipastorio.eu

 

 

 

 

 

 

 

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I Concerti A Palazzo

à rebours

 

 

 

Ammara – Prosseda

Pianoforte a quattro mani

Schubert, Mendelssohn, Lombardi

Venerdì 4 novembre 2016

 

 

 

Quartetto Noûs - Filippo Gorini, pianoforte

Schubert, Janacek, Schumann

Sabato 8 ottobre 2016, ore 20

 

 

 

Quartetto di Cremona

Venerdì 13 maggio 2016, ore 20.30

 

 

Gabriele Carcano, Pianoforte

Venerdì 1 aprile 2016, ore 20

 

 

Roberto Trainini, violoncello; Cristiano Burato, pianoforte

Sabato 12 marzo 2016, ore 20

 

 

Alessandro Carbonare, clarinetto

Elisa Papandrea, violino; Monaldo Braconi, pianoforte

Sabato 5 dicembre 2015, ore 20

 

 

Alberto Bocini, violoncello

Alessandro Cavicchi, pianoforte

Sabato 21 novembre 2015, ore 20

 

 

Anastasiya Petryshak, violino

Lorenzo Meo, pianoforte

Sabato 10 ottobre 2015, ore 20

 

 

Giovanni Scaglione, violoncello

Roberto Plano, pianoforte

Sabato 14 marzo 2015, ore 20

 

 

 

 

 

Luigi Attademo, chitarra

Simone Gramaglia, viola

 

Sabato 21 febbraio 2015, ore 20

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giampaolo Stuani

venerdì 7 novembre 2014, ore 20

 

Programma

F. SCHUBERT (1797 – 1828) Drei Klavierstücke D946 (1. Allegro assai 2. Allegretto 3. Allegro)

 

F. LISZT (1811 – 1886) Rapsodia Ungherese n.2

 

F. CHOPIN (1810 – 1849) Andante spianato Grande polacca brillante op.22

 

F. LISZT (1811 – 1886) Rapsodia Spagnola

 

 

 

Roberto Plano

Venerdì 10 ottobre 2014, ore 20

 

Programma

R. SCHUMANN (1810 - 1856)

Arabeske op. 18

 

dagli Studi dai Capricci di Paganini op. 10 :

n. 2 in Sol minore (Non troppo lento - Un poco più moto)

n. 3 in Sol minore (Vivace)

 

A. SCRIABIN (1872 - 1915)

Improvvisi op. 14

n. 1 in Si Maggiore (Allegretto)

n. 2 in Fa diesis minore (Andante cantabile)

 

F. SAY (1970)

Black Earth

 

Intervallo

 

C. DEBUSSY (1862 - 1918)

da Preludes:

Voiles

La Puerta del Vino

La Cathedrale Engloutie

 

F. LISZT (1811 – 1886)

dal Terzo Anno di Pellegrinaggio, S. 163:

Sursum Corda

 

Reminiscences de Norma, S. 394

 

 

 

 

 

 

 

ROBERTO PLANO

 

 

 

 

Nato a Varese nel 1978, il pianista italiano Roberto Plano si è imposto all’attenzione del mondo musicale con la vittoria, nel 2001, del Primo Premio al prestigioso Cleveland International Piano Competition, Stati Uniti. Quest’affermazione e i premi ottenuti all’ Honens International Piano Competition (Calgary, Canada) e al 12mo Van Cliburn International Competition (Forth Worth, Texas) hanno segnato l’inizio di numerose tournées in tutto il Nordamerica, che lo hanno visto in recital in più di venti Stati negli Usa e lo hanno portato a suonare negli studi delle maggiori radio americane e canadesi, quali NPR (Performance Today) a Washington D.C., WGBH a Boston, WNYC a New York, WFMT radio a Chicago (Impromptus) e CBC a Toronto (In performance).

Ha suonato come solista con prestigiose orchestre in Italia e all’estero, tra le quali Orchestra Sinfonica "G. Verdi" di Milano, I Pomeriggi Musicali, Orchestra di Roma e del Lazio, Archi dei Berliner Philarmoniker, Festival Strings Lucerne, Vienna Konzertverein Orchestra, National Arts Centre Orchestra (Ottawa), Staatsphilarmonie Rheinland-Pfalz, Forth Worth Symphony, Houston Symphony, Calgary Philarmonic Orchestra, Spokane Symphony, Redlands Symphony, Akron Symphony, RTE National Symphony Orchestra (Dublino), Orchestra Sinfonica di Valencia, Sendai Philarmonic Orchestra (Giappone), Young Symphony Orchestra (Londra), Marienbad Symphony Orchestra e le Orchestre Sinfoniche di Targu Mures, Oradia, Craiova e Sibiu (Romania), con noti direttori d’orchestra tra i quali Sir Neville Marriner, James Conlon, Pinchas Zuckerman, Ari Raisilianen, Jahja Ling, Gianluigi Gelmetti, Gerhard Markson, Achim Fiedler, Kerry Stratton, Donato Renzetti, Enrique Garcia Assensio, Toschiaki Umeda, Gary Sheldon, Giampaolo Maria Bisanti, Roberto Rizzi Brignoli, Stefano M. Lucarelli, Ovidiu Balan.

In aggiunta ai riconoscimenti ottenuti al Cleveland, Van Cliburn e Honens (dove ha ottenuto anche il premio speciale “Best Ensemble Performance”) è stato premiato al Concorso Josè Iturbi di Valencia, al Sendai International Music Competition (Giappone), all’AXA Dublin International Piano Competition in Irlanda (dove ha ottenuto anche i Premi speciali per il miglior recital e la migliore esecuzione del brano contemporaneo), al Geza Anda di Zurigo (Special Prize of the Géza Anda Foundation). In Italia ha vinto, tra gli altri, il Concorso Città di Treviso, lo Scriabin di Grosseto, il Città di Trani, il Camillo Togni di Brescia e il Premio Casella al Premio Venezia.

E’ stato definito dal Chronicle il “Pavarotti del pianoforte” per il suo liricismo, additato come il più grande interprete scriabiniano del presente e del passato dal critico americano John Bell Young, e definito l’erede di Rubinstein e Horowitz dal commentatore radiofonico di Chicago Paul Harvey.

 

 

Venerdì 4 aprile 2014, ore 20

Alessandra Ammara

 

 

Programma

 

Frédéric Chopin (1810 – 1849)

 

 

Ballata n. 1 op. 23

 

4 Mazurche op. 30

 

Barcarolle op. 60

 

 

24 Preludi op. 28

 

 

 

 

 

 

Nessun compositore si è saputo esprimere attraverso il pianoforte come Chopin. Egli ha reinventato il pianoforte, creando una tecnica, uno stile, un linguaggio armonico decisamente nuovo e peculiare. Tranne pochissime eccezioni, la sua musica è scritta solo per il pianoforte e connaturata alla natura dello strumento. Impensabile trascriverla per altri organici: perderebbe una buona parte della sua identità. Nato nel 1810 in Polonia nel villaggio di Żelazowa Wola, Chopin studiò a Varsavia con Wojciech Zywny e Józef Elsner, lontano, quindi, dalla grande tradizione musicale austro-tedesca. Ciò gli consentì di sviluppare sin da subito uno stile del tutto individuale, con influenze della musica operistica italiana e di elementi del folclore polacco. La sua totale dedizione al pianoforte lo portò sin da bambino a tentare una carriera di concertista. Ma Chopin non era un trascinatore di folle come Liszt, bensì un grande e sensibilissimo poeta intimista, molto più a suo agio nei salotti che non nelle grandi sale. Insuperabile nei pianissimo, pare che non suonasse mai oltre il mezzo forte.

Chopin ha praticamente inventato il genere della Ballata pianistica. Le sue quattro Ballate sono accomunate da un ritmo ternario (6/4 per la prima Ballata e 6/8 per le altre tre) e da una struttura formale libera, ma sempre con il ritorno del tema iniziale nel corso del brano. Molte testimonianze di amici e allievi di Chopin confermerebbero che le quattro Ballate siano state ispirate da alcuni poemi del poeta polacco Adam Mickiewicz. Chopin non ha mai dichiarato alcuna attinenza con opere letterarie, tuttavia è innegabile che le Ballate presentino un particolare tono narrativo, quasi a raccontare una storia antica e tragica. Ciò vale in particolare per la prima Ballata, op. 23 in sol minore (1831). Si tratta del primo grandissimo capolavoro chopiniano, composto a seguito della tragica invasione di Varsavia da parte dei russi. Il tono sconsolato e fatalistico è immanente sin dalla frase introduttiva, subito amara e ricca di cupi presagi. Il tema principale ripropone lo stesso inciso ripetutamente, tuttavia sempre con una diversa armonia, che ne varia continuamente l’espressione emotiva. Tutti i gruppi tematici della Ballata subiscono profonde trasformazioni e vengono rielaborati e riproposti in vesti timbriche ed armoniche molto diverse. Ciò sviluppa una fortissima tensione, sino alla furiosa e tragica Coda, che richiede un virtuosismo purissimo e uno slancio senza compromessi.

Nelle Mazurke Chopin ha riversato la sua identità più intima e privata, spesso fissando nuove intuizioni di ulteriori spunti creativi che avrebbe poi sviluppato in opere più estese. Siano dunque confessioni o sperimentazioni, le Mazurke sono l’anima della produzione chopiniana ed è bellissimo scoprire, attraverso la loro conoscenza, con quali modalità si sia evoluta la personalità di Chopin. Le quattro Mazurke op. 30 costituiscono uno dei cicli di Mazurke più completi, per la varietà degli atteggiamenti espressivi e delle inflessioni ritmiche, che attingono a diverse tipologie di metri folclorici (Mazurek, da cui prende il nome la Mazurka, Kujawiak, più disteso e lento, e Oberek, più rapido).

La Barcarola op. 60 rappresenta uno dei traguardi più avanzati del tardo stile di Chopin. Fondata sul cullante andamento di 6/8, forse ispirato – ma non ne abbiamo alcuna conferma – dalle suggestioni delle gondole veneziane, la Barcarola è un capolavoro di continuità e integrazione di stati emotivi diversi che scaturiscono l’uno dall’altro, in un perfetto connubio globale. Il momento più toccante è forse il breve recitativo in cui Chopin scrive l’indicazione sfogato: la tensione sin lì sviluppata evapora, sublima in una sospesa e intima declamazione. La Coda del brano è altrettanto coinvolgente e presenta sovrapposizioni di armonie che anticipano le conquiste dell’Impressionismo francese. Maurice Ravel, che certamente fu molto influenzato dall’ultimo Chopin, coglie perfettamente il senso della Barcarola nel suo commento: «La Barcarola è la sintesi dell’arte espressiva e sontuosa di questo grande slavo. La linea melodica è continua. Un momento, una melodia si sprigiona, resta sospesa e ricade mollemente attirata da accordi magici».

I 24 Preludi op. 28 sono tra i massimi capolavori di Chopin. Scritti in buona parte a Maiorca durante il drammatico soggiorno con George Sand, funestato dal manifestarsi della tubercolosi, i Preludi esprimono una gamma di stati emotivi che difficilmente ha eguali nella letteratura pianistica. Preludi a che cosa? –  ci si chiederà. Liszt chiarisce subito l’equivoco: «Non si tratta, come potrebbe far credere il titolo, di brani destinati a essere suonati come introduzione ad altri pezzi: sono preludi poetici, analoghi a quelli di un grande poeta contemporaneo [Lamartine],che cullano l’anima in sogni dorati e la innalzano fino alle regioni ideali. Tutto vi appare di getto, di slancio, di improvviso sopraggiungere. Posseggono il libero e grande incedere che caratterizza le opere di genio». Tuttavia i Preludi sono concepiti secondo una linea unitaria e la loro grandezza può essere percepita appieno solo ascoltandoli integralmente: non a caso, le tonalità di ciascun Preludio sono seguite dalla relativa minore e ordinate secondo il circolo delle quinte:  do maggiore – la minore,  sol maggiore – mi minore, eccetera. Dunque, in un certo senso, ciascun Preludio prelude al successivo, creando, ora per somiglianza, ora per contrasto, una fortissima tensione drammatica che culmina nel n. 24 e nella sua catartica, definitiva conclusione. Il cuore poetico della raccolta è il celeberrimo Preludio n. 15, noto come “La goccia d’acqua”: l’unico che supera la durata di quattro minuti. Basato su un ossessivo rintocco di la bemolle, pare sia stato ispirato dal costante gocciolare che tormentava Chopin nel monastero di Valldemossa a Maiorca. È impressionante come Chopin riesca a dare a questa nota ripetuta, che scandisce senza interruzioni tutto l’arco del brano, caratteri molto diversi. Altrettanto degno di nota il Preludio n. 20 in do minore: essenziale nella scrittura e nella struttura, questo è il più scarno dei Preludi e il più fatalistico. Il suo tema dall’incedere tragico e ineluttabile è stato scelto da molti compositori, tra cui Busoni, Rachmaninoff e Mompou, come base per i loro cicli di variazioni.

 

(testo di Roberto Prosseda)

 

 

 

Alessandra Ammara

 

 

Alessandra Maria Ammara ha intrapreso la carriera concertistica grazie ai premi conseguiti in alcuni importanti concorsi internazionali (“G. B. Viotti” di Vercelli, “J. Iturbi” di Valencia, “Van Cliburn” di Fort Worth, “Esther Honens” a Calgary).

Ha suonato nelle principali sale europee: Musikverein di Vienna, Festspielhaus di Salisburgo, Philharmonie di Berlino, Musikhalle di Amburgo, Salle Cortot di Parigi, Concertgebouw di Amsterdam, e in Cina, Hong Kong, Stati Uniti, Canada, Sud Africa, Brasile, sia come solista che con orchestra (Wiener Symphoniker, Berliner Symphoniker, Orchestra Sinfonica della Rai, Pomeriggi Musicali, Calgary Philharmonic, Cape Town Philharmonic) con direttori quali Fabio Luisi, Georg Pehlivanian, Roberto Minczuk, Bernard Labadie.

Ha collaborato con interpreti come Rocco Filippini, Anton Kuerti, Alban Gerhardt, il Quartetto Takacs, il Quartetto Sine Nomine. Dal 1999 suona regolarmente in duo pianistico con Roberto Prosseda.

Ha inciso per l’etichetta canadese Arktos musiche di Debussy, Skrijabin e Chopin. Ha inoltre registrato le Polacche di Chopin nell’ambito dell’integrale chopiniana recentemente pubblicata dalla Brilliant Classics. Dal 2008 incide per la Arts, etichetta con cui ha realizzato quattro CD, dedicati a Chopin (4 Ballate), Schumann (Carnaval, Davidsbündlertänze, Album per la Gioventù), Scelsi (Preludi), tutti premiati come “Best of the Month” da varie riviste specializzate inglesi e americane. Di prossima uscita l’integrale di Ravel, sempre per Arts.

Il suo repertorio comprende tutti gli Studi, le Polacche, le Ballate, le Mazurke e i Preludi di Chopin, molti programmi monografici dedicati a Schumann, Scriabin, Fauré, Debussy, Ravel, Busoni. Si è recentemente dedicata alla riscoperta di autori come Roslavetz, Mijaskovsky e Giacinto Scelsi.

 

 

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Venerdì 21 MARZO 2014, ore 20

Roberto Prosseda

Beethoven, Mendelssohn

 

 

 

Programma

 

Ludwig van Beethoven

Sonata op. 27 n. 2 “Al chiaro di luna” in do diesis minore  (15’)

I. Adagio sostenuto

II. Allegretto (in re bemolle maggiore)

III. Presto agitato

 

Felix Mendelssohn

4 Lieder ohne Worte (10’)

op. 19 n. 6 “Venetianischer Gondellied” in sol minore

op. 38 n. 2 in do minore

op. 38 n. 6 “Duetto” in la bemolle maggiore

op. 53 n. 2 in mi bemolle maggiore

Variations Sérieuses op. 54 in re minore (11’)

 

Ludwig van Beethoven

Sonata op. 111 in do minore (25’)

I. Maestoso - Allegro con brio ed appassionato

II. Arietta. Adagio molto semplice e cantabile

 

 

Ludwig van Beethoven (1770-1827) è, al pari di Johann Sebastian Bach, il compositore che ha maggiormente condizionato lo sviluppo della musica occidentale. Beethoven era anche un notevole pianista, celebrato per le sue improvvisazioni in pubblico. Non stupisce, dunque, che il pianoforte sia stato per lui un fedele compagno di viaggio, quasi un diario a cui affidare ogni nuova intuizione poetica, su cui sfogare le frustrazioni e inseguire le utopie.

La Sonata op. 27 n. 2 in do diesis minore è detta comunemente Al Chiaro di luna. Tale sottotitolo non fu assegnato da Beethoven ma dal poeta e critico musicale Ludwig Rellstab nel 1838, il quale nelle morbide sonorità dell’Adagio sostenuto vedeva il lago dei Quattro Cantoni illuminato dal chiarore lunare. Al di là del discutibile descrittivismo, bisogna comunque riconoscere che anche grazie alle parole di Rellstab questa Sonata è diventata uno dei brani più popolari della letteratura pianistica. E in effetti si tratta di un autentico capolavoro, che destò molto scalpore all’epoca della pubblicazione per la particolarità del primo movimento, che elude ancora una volta la forma Sonata. L’Adagio sostenuto, infatti, non presenta due temi contrastanti, ma è caratterizzato da una melodia – un canto funebre, secondo il pianista Edwin Fischer – sempre molto intima e sommessa, immersa in un cupo e fatale movimento di terzine arpeggiate. La consueta tensione dialettica della forma Sonata tra l’elemento maschile (primo tema) e l’elemento femminile (secondo tema) risulta qui sublimata nell’atmosfera densa e scura creata dalla sonorità del registro medio del pianoforte e dall’uso abbondante e inusuale del pedale di risonanza. Dalle profonde oscurità del primo tempo sgorga magicamente un leggiadro Allegretto seguito da un altrettanto disimpegnato Trio, in cui la linea melodica è spesso “disturbata” da inattesi sforzati sui tempi deboli, che danno un tono a tratti umoristico. Non mancano, tuttavia, brevi momenti di oscurità, riecheggianti la tragedia latente. Illuminante la definizione che diede Franz Liszt di questo movimento: «Un fiore tra due abissi». E l’altro abisso è, naturalmente, il Presto agitato che segue, questo in forma Sonata: un turbinoso e implacabile moto di semicrome, di tanto in tanto tempestato di accordi sforzati, come urli di tragico dolore. Anche qui, come nel primo movimento, siamo in presenza di altissima poesia, scaturita dalla inarrestabile conduzione delle armonie e del ritmo, in una corsa turbinosa verso l’incombente sciagura.

Felix Mendelssohn (1809-1847) è il più sottovalutato e misconosciuto tra i grandi musicisti del XIX secolo. Nato da una famiglia ebrea alto borghese, nipote del grande filosofo Moses Mendelssohn, si distinse per un’intelligenza illuminata molto atipica per i suoi tempi. Fu pianista, direttore d’orchestra, compositore, scrittore, poliglotta, disegnatore e pittore, ma anche organizzatore, fondatore e direttore del conservatorio di Lipsia. Pianista concertista, Mendelssohn però non fu, a differenza dei suoi contemporanei Schumann, Chopin e Liszt, un innovatore della tecnica pianistica. Al contrario, riprese gli stilemi del repertorio Biedermeier di Hummel, Kalkbrenner e Moscheles, portandoli però a una più alta perfezione formale ed espressiva.

I Lieder ohne Worte, conosciuti in italiano come Romanze senza parole, sono le più celebri composizioni pianistiche di Mendelssohn. Si potrebbe quasi affermare che, più che alla musica in sé, la fama appartiene soprattutto al titolo, azzeccatissimo, che ha dato vita a un vero e proprio genere pianistico. Lieder ohne Worte è, in effetti, una definizione decisamente calzante, poiché sintetizza con tre parole le caratteristiche principali degli omonimi brani. Ossia: cantabilità di chiara origine vocale; carattere narrativo, pur se quasi sempre privo di espliciti riferimenti descrittivi; struttura semplice, spesso ABA, derivata dalle più comuni forme vocali; tutto questo, naturalmente, pensato per il solo pianoforte, e quindi in assenza di un testo. Le Romanze senza parole presentano diverse tipologie di scrittura: la maggior parte di esse riflette la strumentazione per voce e pianoforte, con una melodia cantabile nella mano destra, sorretta da un accompagnamento nella sinistra, come nella celebre Barcarola Veneziana op. 19 n. 1. In altri casi, le voci sono due, ad evocare un duetto strumentale (op. 38 n. 2), o vocale, come nel mirabile Duetto op. 38 n. 6, in cui un tenore e un soprano “virtuali” si alternano, per  poi unirsi a cantare insieme nella parte finale del brano.

Un diffuso luogo comune sostiene che il talento creativo di Mendelssohn abbia dato i migliori frutti in gioventù, affievolendosi negli anni della maturità. Le Variations sérieuses op. 54 (1841) smentiscono nettamente questa tesi: pur rifacendosi chiaramente a uno stile, appunto, serioso, e “passatista”, sono incredibilmente moderne. Il tema iniziale è ripreso da ciascuna delle 18 Variazioni con un costante, stringente aumento della tensione drammatica, un procedimento che ricorda da vicino le 32 Variazioni in do minore di Beethoven. Mendelssohn sperimenta qui alcune innovazioni nella scrittura pianistica, come gli accordi a mani alternate dell’ultima Variazione. Il carattere del brano è generalmente cupo e inquieto, e in questo contraddice un altro luogo comune, che vede Mendelssohn come un compositore sempre sorridente e privo di profondi turbamenti.

Beethoven inizia la Sonata op. 111 in do minore (1821-22) con un’inaudita successione di accordi dissonanti basati su intervalli di settima diminuita, che subito proiettano l’ascoltatore in una sconvolgente sfera emotiva. Dopo una breve introduzione Adagio, fa il suo ingresso il primo tema, che irrompe nel registro grave, al termine di un lungo trillo in crescendo. Solo qui è definita la tonalità di do minore, carica, come spesso in Beethoven, di toni tragici. Tutto il primo movimento è costruito su una ferrea scrittura contrappuntistica, che esalta il carattere ruvido e fatale del primo tema. Il secondo e ultimo movimento è un’Arietta in do maggiore, un canto di sublime semplicità, poi elaborato in Variazioni, tutte in do maggiore, che ne moltiplicano gradualmente la pulsazione ritmica. Si passa così a scansioni sempre più rapide, fino al frenetico andamento della terza Variazione, che sembra anticipare i ritmi sincopati dello stride jazz americano. Nella quarta Variazione la velocità delle biscrome assume una luce metafisica, tanto da perdere ogni accento, per poi sfociare in lunghi trilli che sembrano fermare il tempo. Dopo alcune battute di divagazioni armoniche, abbandonata ogni possibile forma logica di sviluppo tematico, torna il tema iniziale dell’Arietta, finalmente di nuovo riconoscibile e sovrapposto al rapido movimento di biscrome nella mano sinistra. Suona ora profondamente umano e acquista gradualmente sempre più energia, fino al commovente climax in fortissimo. La sublime tensione qui raggiunta si scioglie in liquidi trilli, dai quali, per l’ultima volta, sgorga il tema dell’Arietta, ora nel registro sovracuto, per condurre alla definitiva conclusione: semplice, pura, metafisica.

 

Roberto Prosseda

Roberto Prosseda (Latina, 1975) ha guadagnato una notorietà internazionale in seguito alle sue incisioni Decca dedicate a musiche inedite di Felix Mendelssohn, tra cui quella con il Concerto in mi minore con Riccardo Chailly e la Gewandhaus Orchester. Nel 2013 ha completato, sempre per Decca, la prima integrale completa della musica pianistica di Mendelssohn, in 9 CD.

Ha suonato come solista con la London Philharmonic, la Gewandhaus Orchester, la Filarmonica della Scala, l’Orchestra Santa Cecilia di Roma, la New Japan Philharmonic, la Royal Liverpool Philharmonic, la Moscow State Philharmonic, la Bruxelles Philharmonic, e ha tenuto concerti alla Wigmore Hall di Londra, alla Philharmonie di Berlino, al Gewandhaus di Lipsia, al Teatro alla Scala di Milano.

Dodici sue incisioni sono state incluse nei cofanetti “Piano Gold” e “Classic Gold” della Deutsche Grammophon (2010). Attivo nella promozione della musica italiana del Novecento e contemporanea, ha inciso l’integrale pianistica di Petrassi, Dallapiccola e Aldo Clementi.

Dal 2011 suona in pubblico anche il piano-pédalier. Ha infatti riscoperto e presentato in prima esecuzione moderna il Concerto di Charles Gounod per piano-pédalier e orchestra con la Filarmonica Toscanini di Parma, e lo ha rieseguito con i Berliner Symphoniker, la Staatskapelle di Weimar, l’Orchestra della Radio Svizzera Italiana, la Netherlands Symphony Orchestra, la Lahti Symphony Orchestra. Nel 2013 ha inciso l’integrale di Gounod per piano-pédalier e orchestra per l’etichetta Hyperion con l’Orchestra della Radio Svizzera Italiana diretta da Howard Shelley.

Roberto Prosseda è anche attivo come saggista e autore televisivo. Ospite regolare di Radiotre, ha curato alcune delle “Lezioni di Musica”, dedicate a Mozart, Mendelssohn, Schumann, Chopin. È autore e coproduttore di tre documentari per RAI Educational, dedicati rispettivamente a Mendelssohn, Chopin e Liszt, pubblicati in DVD per Euroarts. È autore del volume “Guida all’ascolto del repertorio pianistico”, in uscita per le Edizioni Curci. È coideatore e coordinatore artistico della rete di musicisti “Donatori di Musica”, presidente dell’Associazione Mendelssohn Italia e consulente artistico del Festival Pontino.

 

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Venerdì 28 febbraio 2014, ore 20

Cristiano Burato

Chopin

 

 

 

 

 

Programma

 

 

 

Frédéric Chopin (1810-1849)

 

Notturno Op. 55 n. 1 in Fa min.

Polacca Op. 26 n. 1 in Do# min.

Polacca Op. 26 n. 2 in Mib min.

Notturno Op. 72 in Mi min

Polacca Op. 44 in Fa# min.

 

Notturno Op. 48 n.1 in Do min

Polacca Op. 40 n.1 in La magg.

Polacca Op. 40 n.2 in Do min.

Notturno Op. 9 n.2 in Mib magg.

Polacca Op. 53 “Eroica” in Lab magg.

 

 

 

Chopin ebbe il pianoforte come unico, intimo confidente. “Si lasciava andare di rado: solo al pianoforte, e più intensamente di ogni altro musicista si abbandonava a uno stato di tale concentrazione che tutti gli altri pensieri venivano cancellati” disse Ferdinand Hiller, compositore e pianista tedesco. Formatosi sulla musica di Bach e di Mozart, che suonava spesso, e della quale subì il fascino, Chopin appare ai suoi commentatori come uno spirito classico in un’anima romantica. Trasse  inoltre ispirazione dai cantanti del parigino Théâtre Italien: “Dovete cantare, se volete suonare il pianoforte”, consigliava ai suoi allievi. E forse, più d’altro genere musicale, il Notturno è legato, in Chopin, all’influenza del belcanto italiano, da lui tanto amato. I Notturni, pagine appassionate, tenere, delicate, sfumate di tristezza, nelle quali si esprime una vita interiore piena di sogni e di slanci infiniti, sono alla base della popolarità di Chopin. Quattro i Notturni che ascolteremo.  L’Op. 55 n. 1, è dedicato a quella Miss Stirling che fu per vari anni discepola del Maestro e che lo circondò sempre di affetto nobilissimo (si deve alla sua generosità se Chopin non morì in miseria). Il tema semplice della prima parte, su un basso ritmato, è tipico di un’aria popolare. Di particolare bellezza e originalità è la “dissolvenza” sonora in accelerando, che porta alla conclusione del brano in tonalità “maggiore”. Il Notturno Op. 72, scritto a soli dciassette anni, mentre Chopin completava gli studi al Liceo di Varsavia, fu pubblicato postumo. L’accompagnamento in terzine è simile al modello di Field, precursore del genere dei Notturni, ma nei suoi due temi si trova già “un accento patetico” assente nell’opera di Field. Chopin voleva fosse eseguito, in alcuni tratti, “aspramente”, così da generare contrasti con le sonorità avvolgenti e profetiche che ricordano la futura arte di Debussy. Con l’ Op. 48 n. 1 siamo di fronte a uno dei Notturni più lunghi e, allo stesso tempo più drammatici, un vero e proprio “diario intimo” dell’autore, nel quale sembra esservi l’espressione d’un dolore infinito, modulato in vari episodi. Chopin eseguiva le prime tre note con lo stesso dito, per trovarne la giusta intensità melodica, Lenz racconta che era “esigente e pignolo” nell’esecuzione delle misure iniziali. La parte centrale è un corale dalle mirabili armonie, quasi religiose, che via via si anima e sfocia nel ritorno del tema iniziale, ora in modo più appassionato, febbrile e quasi disperato, poggiato su un basso dai contorni sempre più sinuosi. La conclusione è come un lungo lamento. Uno dei Notturni più noti è l’Op. 9 n. 2. Molte le trascrizioni per altri strumenti di questo brano, per la sua invenzione melodica davvero accattivante. Sotto un’apparente semplicità, motivo del favore ottenuto presso i pianisti principianti, questo Notturno contiene invece particolari difficoltà d’esecuzione. Chopin qui adotta un tono confidenziale e, senza essere sdolcinato, ci dà un esempio di arte belcantistica applicata al pianoforte. Da questo tratto deriva, forse, la difficoltà d’interpretazione. Un ruolo particolare nella produzione chopiniana è rivestito dai pezzi legati all’amata Polonia. Tra questi si trovano le Polacche, ambiente ideale dove il compositore può con più personalità rielaborare idee o ricordi della lontana patria, che possono essere ritmi, incisi melodici o altro. Le due Polacche dell’ Op. 26 sono state scritte negli anni 1834-35. Nella prima, Chopin “sembra esprimere piuttosto le sfumature di un sentimento personale che le aspirazioni di un intero popolo in rivolta, l’anima di un polacco ma non ancora tutta l’anima della Polonia” (Alfred Cortot). La seconda Polacca è scura, notturna, “piena di cospirazione, sordi rancori, silenzi minacciosi, di fieri ritmi di marcia” (Niecks).  Nella Polacca Op. 44 Chopin costruisce la parte centrale su un tema di Mazurca, riunendo simbolicamente la danza popolare (Mazurca) e la danza aristocratica (Polacca). La costruzione è grandiosa, ricca di episodi contrastanti. Davvero visionario l’episodio “guerriero”, con imitazione di trombe e tamburi e con effetto spaziale di avvicinamento e allontanamento degli eserciti. Le due Polacche dell’Op. 40 sono dedicate all’amico e copista Julian Fontana. La prima viene denominata “Polacca militare”. È un lavoro trionfale, che inizia con un tema virile, appassionato e frenetico. In questo pezzo non si trova neppure un’indicazione dinamica “piano”. La seconda  Polacca contrasta in tutto con la precedente, di cui pare la replica drammatica. Sotto gli accordi della mano destra, quasi ossessivi, si eleva un canto vasto e nobile, che sembra sorgere dalla profondità dell’anima di un popolo. Gli ultimi due accordi, inaspettati e sorprendenti, suggellano il finale come un giuramento. Conclude il programma la celeberrima Polacca Op. 53, detta “Eroica”, anch’essa formata da molteplici episodi, che la portano al livello del poema. L’ispirazione superba, l’intensità del sentimento patriottico, la forza esaltante del ritmo vanno a cercare le immense risorse tecniche e sonore del pianoforte. La parte centrale sfrutta in modo geniale un ”ostinato” rullante nel basso, su cui si staglia la fanfara: è la visione del galoppo dei cavalli  e delle trombe da segnali di battaglia. Ma dopo questa parte, Chopin inserisce un episodio dolce e cullante, che dà l’idea della trepidazione di chi attende, con ansia e gioia, il ritorno dei guerrieri.

 

Cristiano Burato

 

Considerato a livello internazionale uno dei maggiori pianisti della sua generazione, si è diplomato con lode e menzione d’onore al Conservatorio di Mantova sotto la guida di Rinaldo Rossi, al quale deve la sua formazione artistica. Ha conseguito inoltre con lode il diploma all’Accademia di S. Cecilia di Roma con Sergio Perticaroli. Ha studiato per un periodo anche con Aldo Ciccolini.

Dopo aver vinto importanti premi in concorsi pianistici, tra cui il “Sydney International Piano Competition of Australia”, il “Tomassoni” di Colonia, il “World Piano Competition” di Londra, il Leeds International Piano Competition, si è imposto definitivamente sulle scene internazionali con la vincita, nel 1996, del Concorso di Jaen (e “Premio Rosa Sabater” come miglior interprete di musica spagnola) e del prestigioso Concorso Internazionale “Dino Ciani - Teatro alla Scala” di Milano, con verdetto unanime della Giuria presieduta da Riccardo Muti.

La sua intensa attività concertistica lo ha portato ad esibirsi nelle sale più prestigiose in Italia e all’estero (“Teatro alla Scala” di Milano, Auditorium di S.Cecilia, Teatro Olimpico e Parco della Musica di Roma, “Sydney Opera House”, “Royal Festival Hall” e “Wigmore Hall” di Londra, “Konzerthaus” di Vienna, Tonhalle di Zurigo, Auditorium delle Nazioni Unite di New York, Queen’s Hall di Edinburgo, ecc.)

Ha collaborato con prestigiose orchestre (Orchestra Filarmonica della Scala, Orchestra Sinfonica della RAI, Philarmonia Orchestra di Londra, Sydney Philarmonic Orchestra, Wiener Kammerorchester, ecc) e con importanti direttori d’orchestra, tra i quali Simon Rattle, Jia, Marcello Viotti, Alun Francis, Mario Bellugi, Ravil Martinov, Umberto Benedetti Michelangeli, Frank Shipway, Cristian Maendel.

Grandi apprezzamenti hanno sempre suscitato le sue interpretazioni Chopiniane: ha ricevuto premi e menzioni speciali da parte di Giurie Internazionali (Sydney, Colonia e Londra) ed è stato invitato a tenere numerosi concerti dedicati al compositore polacco (all’International Chopin Festival di Duszniki in Polonia, al Municipio di Parigi per commemorare il 150° anniversario dalla morte, a Londra per la Chopin Society, ecc.)

Ha tenuto una conferenza sull’interpretazione di Chopin a San Diego per la “California Association of Professional Music Teachers”, oltre a diverse Master Classes in Italia e all’estero.

Ha effettuato registrazioni per la RAI, la BBC di Londra,  Radio France,  la ABC of Australia, la NDR di Hannover, oltre che per diverse case discografiche.

Docente presso il Conservatorio di Bolzano, è anche membro del Comitato Artistico del Concorso “Busoni”.

Per meriti artistici è stato premiato con Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana.

 

 

Cristiano Burato, Polonaise Op. 44 a Palazzo Bondoni Pastorio

28 febbraio 2014

 

 

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Mercoledì 6 Novembre 2013

ore 20

Giampaolo Stuani

Plays Mussorgsky at Palazzo Bondoni Pastorio

 

 

http://www.fondazione-bondonipastorio.eu/Musica-Dateien/image002.jpg

 

 

 

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venerdì 10 maggio 2013

ore 21

 

CRISTIANO ROSSI e ROBERTO NOFERINI

in CONCERTO

 

 

 

PROGRAMMA

 

 

W.A.MOZART (1756-1791)

Duetto in Si bem. magg

K Ahn.152

Allegro moderato

Andante sostenuto e cantabile

Rondò

 

G.B. VIOTTI (1755-1824)

Duo in Do min. op.29

Maestoso moderato e con molta epressione

Adagio

Allegro agitato assai

 

D. MILHAUD (1892-1974)

Sonatine

Vif

Barcarole

Rondò

 

B. BARTOK (1881-1945)

Selezione dai 44 Duetti

 

S. PROKOFIEV (1891-1953)

Sonata op.56

Andante cantabile

Allegro

Comodo (quasi allegretto)

Allegro con brio

 

 

Equamente diviso tra Ottocento e Novecento, il programma si apre con una preziosa composizione di Mozart, il Duetto in Si bem. appartenente al supplemento del catalogo delle opere del genio salisburghese, probabilmente una prima stesura  o trascrizione della Sonata K378 per violino e pianoforte. Accanto a Mozart, un suo contemporaneo, da lui molto stimato: il piemontese Giovan Battista Viotti. Compositore e violinista (e anche a tratti imprenditore), fu punto di riferimento per la scuola violinistica  in Francia (dove visse per molto tempo) e autore di opere per violino la cui ricchezza inventiva non mancò di essere notata da grandi compositori, tra cui Johannes Brahms.

Questo Duetto dell’op. 29 si distingue, rispetto ai precedenti schemi di matrice settecentesca,  per l’affacciarsi di una nuova sensibilità verso caratteri patetici e drammatici della scrittura melodica. Di altro segno la musica di Darius Milhaud, uno dei maggiori rappresentanti della musica francese del Novecento.   Ricca di colori e di esotismo, nel solco della tradizione segnata all’inizio del secolo da Claude Debussy   (di cui echi evidenti si possono notare nel secondo movimento) questa Sonatina fu scritta dal compositore francese durante l’esilio americano (1940) e si articola in tre movimenti contrastanti, in cui serrati dialoghi contrappuntistici si alternano a momenti di ispirazione quasi popolare (spiccatamente nel finale). Un posto a parte merita Bela Bartok, che ha letteralmente ripensato la scrittura degli strumenti ad arco  (pensiamo al ciclo dei sei quartetti) e che in questi duetti realizza una felice sintesi tra influenze derivanti dalla musica popolare balcanica e modernismo. Pensata con un intento didattico, la raccolta è divisa in quattro libri e i singoli brani sono ordinati secondo un criterio dettato dal grado di difficoltà tecnica sempre crescente, fino ad arrivare a composizioni di un’intensità espressiva quasi barbarica,  pezzi la cui aforistica brevità richiama alla mente molta musica del XX secolo. Improntato a uno più schietto virtuosismo, Prokofiev dedica grandi pagine al violino (tra le quali spiccano i concerti con orchestra),  portando la scrittura a effetti timbrici e dinamici fino ad allora ancora inesplorati. La Sonata op. 56 è  una composizione in cui il maestro russo si avvicina a uno stile più immediato e semplice,  e tende ad abbandonare - anche se non del tutto - le durezze del bitonalismo che ha caratterizzato il suo primo periodo compositivo.

 

Cristiano Rossi, discende da una famiglia di artisti bolognesi, ed inizia precocissimo, a nemmeno cinque anni, lo studio del Violino con una tale convinzione che lo porta a diplomarsi, a soli 16 anni, al Conservatorio di Bologna alla Scuola di Sandro Materassi.Intraprende subito l'attività concertistica vincendo importanti concorsi nazionali e internazionali, come Vittorio Veneto e Monaco di Baviera. A 18 anni, nel 1965, incide i suoi primi due dischi per la Erato di Parigi, attività discografica proseguita poi per la Emi, Dynamic e Naxos con numerosi CD dedicati a differenti periodi storici, da Vivaldi a Busoni, da Campagnoli a Wolf-Ferrari. Cristiano Rossi ha al suo attivo innumerevoli recital ed importanti concerti in tutte le città italiane, in Europa, Sud America, Stati Uniti e Giappone, per i Teatri più prestigiosi come Barbican Centre di Londra, Bunka Kaykan di Tokyo, Sala Tchaikovsky di Mosca, Filarmonica di S. Pietroburgo, Teatro Colon di Buenos Aires, Tonhalle di Zurigo. Ha partecipato ai Festival lnternazionali di Venezia, Stresa, Spoleto, Varna, Istanbul, Dubrovnik, suonando con famosi direttori quali Ahronovitch, Chailly, Oren, Pesko, Renzetti, Soudant, Delman. È stato invitato a partecipare a numerose e importanti manifestazioni: per l'Unicef, per il Bicentenario degli Stati Uniti (1976) con un recital alla Casa Bianca, per le Celebrazioni Colombiane (1992) a Genova, suonando il famoso "Cannone" di Paganini, a Castelgandolfo alla presenza di S.S. Papa Giovanni Paolo II, in Piazza Maggiore a Bologna nel 1995 e 1997 per i Concerti commemorativi del 2 Agosto, ed ha ricevuto vari prestigiosi Premi fra i quali il "Diapason d'Oro" della Rai.Numerose sono le sue registrazioni di concerti pubblici radiotelevisivi per la RAI, BBC, RSI, DRF ecc.  Docente di Violino al Conservatorio “L. Cherubini” di Firenze per oltre vent'anni, attualmente si dedica a Corsi di Perfezionamento per giovani concertisti, invitato da prestigiose Accademie Musicali quali l'Accademia Pianistica di Imola, Asteria di Milano, Tadini di Lovere, Accademia Musicale di Firenze.

 

Roberto Noferini, nato nel 1973, si è diplomato con lode al Conservatorio Verdi di Milano con Gabriele Baffero e si è poi perfezionato con Arthur Grumiaux, Salvatore Accardo, Dora Schwartzberg, Pavel Vernikov e, per la musica da camera, con Dario De Rosa. Ha vinto numerosi primi premi e premi speciali in importanti concorsi internazionali (Postacchini di Fermo, Viterbo, Portogruaro, Lipizer di Gorizia, Perosi di Biella).

Al suo debutto a soli 12 anni al Teatro Comunale di Bologna ha fatto seguito un’intensa attività concertistica che lo ha portato ad esibirsi in prestigiosi festival e per importanti istituzioni concertistiche italiane (Società dei Concerti di Milano, Amici della Musica di Firenze, Vicenza e Pescara, Teatro Comunale di Ferrara, Accademia Chigiana, Rossini Opera Festival, Festival di Città di Castello e di Ravello, Università Cattolica di Roma) e, all’estero, nelle principali capitali europee, in Sud America, Giappone ed Egitto.

Membro fondatore dal 2000 dello SchuberTrio, si esibisce in numerosi concerti da camera, riscuotendo unanimi consensi. Segnalato da numerose critiche come uno dei più brillanti violinisti della sua generazione, ha suonato in veste di solista alcuni dei principali concerti per violino (Bach, Locatelli, Vivaldi, Paganini, Mozart, Beethoven, Mendelssohn) e collabora in formazioni cameristiche con Bruno Canino, Alessandro Specchi, Denis Zardi, Salvatore Accardo, Domenico Nordio, Massimo Quarta, Isabelle Faust, Bruno Giuranna, Sylvie Gazeau, Anthony Pay, Emanuele Segre e Giampaolo Bandini.

Con la sorella Anna (violinista del Maggio Musicale Fiorentino e violista) e il fratello Andrea (primo violoncello del Teatro dell’Opera di Roma) suona in trio d’archi in omaggio al padre Giordano Noferini, compositore, direttore d’orchestra e direttore dal 1974 al 1977 del Conservatorio Giovan Battista Martini di Bologna.

Roberto Noferini si dedica con attenzione al repertorio contemporaneo e ha lavorato con Luciano Berio, Salvatore Sciarrino, Goffredo Petrassi, Niccolò Castiglioni, Giacomo Manzoni e Bruno Bettinelli. La sua versatilità lo ha portato inoltre ad eseguire brani solistici in alternanza a letture di poesie recitate da Paola Gassman, Arnoldo Foà, Ugo Pagliai, Giancarlo Giannini ed Ottavia Piccolo.

Tra le sue incisioni spiccano due CD per la casa discografica Bongiovanni in duo con Bruno Canino (Sonate di Busoni e Morceaux di Bazzini), un CD per Atopos con il Quatuor pour la fin du temps di Messiaen e due CD per Tactus (Sonate a tre di Sammartini con Bruno Canino e Trii di Bossi con lo SchuberTrio).

È docente della cattedra di violino presso il Conservatorio E. R. Duni di Matera e all’Istituto Musicale G. Sarti di Faenza ed insegna al Corso di Perfezionamento Violinistico estivo di Castrocaro.

Roberto Noferini è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine di S. Agata dalla Repubblica di S. Marino per alti meriti artistici e culturali.

Suona un violino Giuseppe Scarampella ex-Bazzini del 1865 che alterna con un Don Nicola Amati del 1732.

 

 

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Venerdì 9 novembre 2012, ore 20,30

Il Quartetto di Cremona in Concerto

Ludwig van Beethoven

Robert Schubert

 

 

 

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Sabato 31 marzo 2012, ore 20,30

Luigi Attademo in concerto

Giuliani, Legnani, Paganini

 

 

Puoi ascoltare una parte del concerto in YouTube:

Luigi Legnani, Capricci nn. 29 & 15

Paganini - Grande Sonata. Allegro risoluto

Paganini, Grande Sonata - II. Romanza

Paganini, Grande Sonata - III. Andantino variato

 

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Venerdì 8 aprile 2011, ore 21

Luigi Attademo in concerto

Scarlatti, Bach, Barrios Mangoré, Villa Lobos

 

Puoi ascoltare una parte del concerto in YouTube:

Scarlatti, Sonata K490

A. Barrios Mangoré, La Catedral

 

 

 

       

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